Un canto d’amore

 

(per un manifesto ed altre facezie di questo tempo)

 

Ora più che mai vale il detto che nulla è più inedito del già edito. Al tempo degli artefatti concepiti in vitreo, tutto si consuma già prima di vivere, e muore prima di nascere. Chi osservi con un po’ di distacco quanto ci accade intorno, dovrà convenire che l’uomo è indifferente alla sua umanità. Vive per non vivere. Si consuma nell’attesa di giorni vuoti. Incapace di dare un senso alla sua vita. Squassato dai ritmi iterativi, cruenti, seducenti, compulsivi e falsi del mercato. Infelice di esistere, colma il vuoto con l’inutile che crede utile. Come l’istrice alla luce del giorno aguzza gli occhi ma non vede, attiva la mente ma non pensa, divorato dal tempo e dalla noia.

Il passato scansa con distacco. Il futuro agogna con riserva. Il presente è il suo demone che scalcia imbizzarrito: vorrebbe cavalcarlo, ma ne è disarcionato. E nell’impossibilità di fermarsi o tornare indietro, corre per non pensare, consuma per sentirsi più leggero, all’insegna di una realtà che si ripete e di una comunicazione troppo usata, duplicata, moltiplicata, isterilita.

Non siamo tra coloro che vedrebbero volentieri un ritorno al passato all’insegna di un’età dell’oro senza più fili o rombi di motore o singulti videocratici, anzi come uomini di questo tempo siamo curiosi di tutto, come e più del tempo, ma vorremmo in qualche modo che non andasse del tutto spersa la rara specie degli uomini che pensano, hanno delle idee, credono in alcuni principi e sognano con la fantasia. Insomma quella dei poeti. Oggi più che mai sono i più fragili e ridicoli. E non perché vivono in un mondo senza idee, senza princìpi, senza fantasia e pensiero. Ma perché le idee, come i grandi princìpi, la fantasia e il pensiero sono diventate un genere d’uso, si portano come un peso e mutano col mutare delle mode e in funzione del conto in banca.

L’uomo di moda che crede di fuggire il tempo comprando il mondo, finisce per svendere l’anima all’unico acquirente possibile: il dio denaro, il totem per eccellenza della stupidità.

L’uomo di moda che indossa e smette il pensiero a suo piacimento non coglie la sua nudità, il suo corrompersi e diventa genere, massa, senza più sentimento e coscienza di essere: un guscio vuoto.

Di qui la necessità di un’industria culturale che miri sempre più in basso e faccia denaro in fretta. Un CD che piaccia, un film ben fatto, un libro che si rispetti si misurano non tanto sulla qualità, quanto sulla popolarità che deriva dalla pubblicità e dal numero di copie vendute. Troppi sono i generi, buoni o cattivi o mediocri, che si snocciolano quotidianamente e di necessità fanno dimenticare quelli del giorno prima, sia pure a volte validi. Il loro destino è già segnato: come quei fiori di un giorno, la mattina sbocciano, la sera sono belli e disfatti, appassiti in tenebra: esseri di un giorno, come gli uomini, soggetti a sopravvivere alla propria fama, più longevi della loro stessa memoria. E a fare la differenza non è il valore dell’opera che resista a colmare il vuoto, ma il nulla.

Ecco perché lo stesso concetto di opera non ha più nessun significato, così la sua durata nel tempo: l’artefatto ha un senso fino a quando è possibile comprarlo o viene comprato. Insomma fa mercato. Il resto non conta, che sia un’ala di gabbiano a portarci in volo, una fiammella a scaldarci il cuore o un frammento a toccarci l’anima. L’importante è urlare. Ripetere il cliché. Strombazzare il capolavoro. Spacciare fandonie per denuncia sociale. Imporre un nome. Indurre un desiderio di libertà che risulti sempre tradito, privato da forze più grandi e poteri misteriosi. Si può essere schiavi anche in nome della libertà. La censura può assumere infinite forme, anche quella della libertà.

Noi da parte nostra, come quei pierrot sulla scena, vogliamo riprenderci la vita, col sorriso malinconico di chi crede nell’arte per rappresentare e amare la vita. E gioire nel leggere un buon libro, che profumi di terra e guardi verso il cielo. Che l’arte sia arte, nasca dall’arte, sia un progetto, abbia indifferentemente una forma e una valenza civile, voli oltre il tempo e tanto somigli al suo artefice. Voce sola, unica, irripetibile, tra cori di cicale.

E se a volte, a passeggio in mezzo a una valle, suole destarvi sensazioni piacevolissime la vista di un airone fermo, immobile, scompigliato e goffo, che nulla vi direbbe se lo guardaste con occhi aperti ma che non vedono, ebbene non stupitevi: non sareste voi i testimoni del vostro tempo? e l’immagine non sarebbe quella della vostra vita, dei suoi stati, dei beni e diletti suoi?

Ecco noi pensiamo davvero che la poesia sia la forma di vita di chi vive più volte e intensamente, quante siano le possibilità di ciascuno di noi. E non malediteci se riusciamo ad essere onesti fino in fondo: chi ha l’arte nel cuore compone la semplicità del mondo con la ragione per farne un canto d’amore, un inno alla vita. Irrimediabilmente soli. A volte disperati o perduti.

 

Lettera aperta a tutti gli amici di Abao Aqu

 

 

Cari amici,

vi scriviamo per farvi partecipi di un progetto che da un po’ di tempo cerchiamo di portare avanti e, vi garantiamo, con molta fatica.

Otto anni fa, insieme ad alcuni compagni di viaggio sparsi in varie parti d’Italia, abbiamo fondato l’Associazione culturale Libereventi, che edita anche libri col marchio Abao Aqu edizioni.

Finora siamo riusciti a resistere, pubblicando più di trenta libri e organizzando varie attività culturali e artistiche, esclusivamente per la dedizione, il lavoro quotidiano e lo spirito di alcuni di noi che credono nel progetto.

Nel tempo in cui la cultura militante volta all’impegno come servizio civile è passata di moda in campo editoriale, noi abbiamo rivolto il nostro progetto a questo unico scopo: crediamo infatti nella Cultura, e in particolare nella Letteratura, non come a un prodotto in funzione del potere o del denaro, ma come espressione umana che possa esercitare una finalità critica e propositiva, per formare e promuovere nuove idee, discussione, confronto, valori, arte e poesia. In altri termini coscienza civile, unico baluardo contro il conformismo e la stupidità dilagante.

 

Cose queste, ci rendiamo conto, già dette e ridette, ma non per questo invecchiate o fuori dal tempo.

Non si discute più, invece, su tutto ciò che passa attraverso l’editoria che conta, complici anche certi scrittori, giornalisti, politici e intellettuali più o meno generici. Ci sembra in tal senso che anche la volontà di apparire a ogni costo, così diffusa negli ultimi tempi, sia maturata da precise responsabilità culturali, editoriali e politiche.

Poche sono le eccezioni in questo scenario disarmante, tanto che possiamo parlare di un Sistema Cultura volto ad affermare valori che meglio si addicono al potere finanziario, economico e politico, e in alcuni casi, al controllo attraverso un profilo apparentemente democratico.

 

Detto questo vi rassicuriamo sul fatto di non essere tra coloro che, disfattisti di professione, vorrebbero buttare a mare tutto ciò che viene pubblicato dalla grande editoria, perché di poco valore. Non è così: la grande editoria sa scegliere, quando vuole, ha pubblicato libri straordinari in molti casi, ma nello scenario complessivo queste perle fanno spesso da contorno a miriadi di altri testi e autori da “immondezzaio”, anche perché la scelta dei libri da leggere, salvo pochissimi casi, passa attraverso la distribuzione, le chiacchiere dei talk show e le presentazioni che diventano eventi solo con personaggi televisivi.

Si fa sempre più spettacolo e si legge sempre meno.

 

Noi vorremmo semplicemente che si leggesse di più e si potesse scegliere in libertà. La nostra è una questione di etica e metodo. Vorremmo solo ci fosse un po’ di spazio per tutti. Cosa che invece è venuta a mancare a causa del monopolio che esercita il Sistema.

 

Come una volta c’erano le radio libere, noi vorremmo poter essere una piccola casa editrice libera, senza grandi pretese, prima fra tutte quella del profitto a ogni costo. Rigorosi e seri, senza mancare d’ironia e con le nostre idee da portare al pubblico. Crediamo ancora nell’umanità, nelle relazioni autentiche tra persone, infine in una forma di coscienza critica che possa diventare proposta etica e politica.

Non vogliamo piegarci.

Non vogliamo che altri scrivano le nostre storie.

Non vogliamo smettere di scriverle.

Non vogliamo adeguarci alla banalità dei tempi.

Non vogliamo neppure commiserarci nel limbo del nostro benessere, con intorno un deserto.

 

Vogliamo conoscere, esplorare e se possibile capire la realtà in cui viviamo, per come siamo e non per come ci vogliono, possibilmente per migliorarla e migliorarci.

 

Da tutto questo è nato un piccolo progetto editoriale. Un’idea di collana che è scaturita da un laboratorio di esperienze sulla poesia nelle scuole, da quella dell’infanzia a quella che una volta si chiamava scuola media.

La collana de I burattini.

Da quel primo Burattino che si chiamava Tredici discorsi sulla poesia e che ospitava pensieri e parole degli studenti di una piccola scuola di montagna, sotto le pendici del monte Cusna, nell’Appennino Reggiano, sono usciti altri piccoli libri, che trattano tanti piccoli temi, nella forma che ogni autore liberamente ha scelto e predilige: il racconto, la lettera, il dialogo, un apologo.

Qualcosa di originario e originale, venti, trenta cartelle come limite massimo, senza schemi e freni, che possa anche riprendere generi e forme tradizionali, nella piena autonomia espositiva.

Questo ci piacerebbe continuare a realizzare e proporre, anche attraverso il vostro contributo di autori.

Non più editor che scelgono e indirizzano, ma un progetto a cui vi chiediamo di collaborare con il vostro genio e con ciò che vi sta più a cuore.

Il copyright resterebbe vostro, nessun diritto d’autore, nessun guadagno per voi e per noi.

I nuovi Burattini verrebbero stampati, a seconda dei casi, in 500 e fino a un massimo di 1000 copie, raggiunto il punto di pareggio, ogni profitto verrebbe devoluto a fin di bene, secondo le precise indicazioni dell’autore.

 

Nell’impossibilità di cambiare le regole del gioco, aiutateci per aiutare.

Un caro saluto.

 

Per Abao Aqu edizioni

Beppe De Santis, Emanuele Ferrari

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