Loriano Macchiavelli, Un velo grigiomorte

...noi, che viviamo il tempo / nel quale la memoria

 deve essere cancellata, / noi, che viviamo il tempo dell’oblio,

noi, a coloro che verranno, / non possiamo chiedere

di pensare a noi con indulgenza, / perché coloro che verranno

neppure sapranno / della nostra esistenza.

 

Il monologo che pubblichiamo, scritto nel 2003 per essere rappresentato, racconta una delle tante, tristi vicende, legate alla guerra civile che seguì l’occupazione nazi-fascista di Bologna, durante la seconda guerra mondiale, con l’intento di ricordare fatti che si vogliono dimenticare per il solo gusto di cambiare la storia in funzione politica. E non considerando che le morti non hanno età né padroni, ma camminano con gli occhi vivi della memoria.

 

L’autore:

L’abbiamo incontrato per caso in uno dei tantissimi premi di poesia, era l’ospite d’onore e a ragione perché Loriano Macchiavelli è tradotto in tutto il mondo, è scrittore di successo e ogni tanto fa capolino tra i primi in classifica per vendite di libri. E poi… chi non ricorda il sergente di polizia Sarti Antonio, al secolo interpretato da Gianni Cavina, invischiato fra casi e portici a scavare tra i meandri e il marciume di Bologna? Eppure lo trovai d’una umiltà disarmante che schiudeva ogni uscio di diffidenza, curioso oltremodo, sempre gentile, sorridente, disponibile. Ascoltava con attenzione in silenzio, come fosse lui lo scolaro e non il maestro, e discuteva su tutto con a cuore la sorte degli uomini ed in particolare degli umili…: gli ultimi, i poveri, gli emarginati che fan fatica a tirare a campare. Non nascondo d’essere ancora sorpreso di tanta grazia: uomini e scrittori di tal fatta si contano sulle dita di una mano, sempre impegnati, a loro modo per dare dignità, a questo nostro Paese troppo spesso umiliato.

Tanti sono i suoi romanzi di successo che a citarli tutti servirebbe un libro e non una scheda. Rimandiamo al suo sito: www.loriano-macchiavelli.it 

 Euro 8,00 

Giorgio Bolla, Mario Benatti, In vicinanza delle nuvole

 

Cosa succede quando due medici, che sono anche poeti, si scrivono lettere?

Succede che facilmente le lettere si trasformano in poesia. Così è nato questo vero e proprio epistolario poetico, dove dialogano due voci chiare e distinte, i gesti del quotidiano diventano segni di un mondo interiore, paesaggi dell’anima a costruire una ricerca di verità provvisorie e parziali, nei territori del sogno, della nostalgia, di una memoria che affiora dall’amore per le cose della terra, sempre con uno sguardo sospeso, dove abita lo stupore di chi prova ad ascoltare, tutte le volte che la vita gli offre un varco, quello che accade lassù, in vicinanza delle nuvole.

 

MARIO BENATTI

vive a Mantova. Ha pubblicato due raccolte di aforismi (Pensieri dal cuoio capelluto e Pensieri dai capelli) e numerose raccolte di poesie, dal 1961 (Poesia piccola) al 2009 (Due parole). Ha tradotto dal tedesco due raccolte di Hans Cibulka, Rondini lucenti e La vite.

 

GIORGIO BOLLA

è nato ad Adria e vive a Padova. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche, l’ultima nel 2013, un fragile poemetto per Lavitafelice di Milano, Storie di Acqua, di angeli e di vento. Nel 2011 ha vinto il Premio di Poesia Mediterranea assegnatogli a Larissa (Grecia).

Giuseppe De Santis, Il piantatore di melograni
Con cinque illustrazioni di Mauro Moretti

 

È un raccontino, un bijou eccentrico che si legge d’un fiato, una favola moderna senza lieto fine, in cui si confondono realtà e fantasia.

L’atmosfera è quella senza tempo, con la scrittura come il bulino di un incisore, che segna la carta col nero, la luce nel buio. È una storia fatta di niente che ha sottili equilibri, umile e sincera, e risuona come un certo vento, che un minuto prima non c’era... e poi lo si sente sulla faccia, a risvegliarti dal torpore, dal grigio dei giorni…

È una storia triste che nasce dalla terra e attraversa il mare, soprattutto quello delle nostre tempeste interiori ma non solo, e ci avvolge nel cupo dramma dei migranti in cerca di un’occasione.

 

Le illustrazioni di Moretti sono ancora una volta storia dentro la storia, un tocco di poesia, che portano insieme a casa e altrove… nel luogo non luogo specchio della nostra anima.

 

GIUSEPPE DE SANTIS

è nato a Portocannone (CB), una comunità arbëreshe del Molise. Oggi vive a Bosco Mesola (FE) ed è docente di Materie Letterarie nel Polo Tecnico di Adria (RO). È stato tra i fondatori ed ha diretto Quadernetto, unico esempio di una rivista nata in una scuola superiore, che può vantare il contributo di collaboratori del calibro di: Antonia Arslan, Carmine Abate, Fernando Bandini, Guido Conti, Nando dalla Chiesa, Erri De Luca, Franco Loi, Giovanni Lugaresi, Loriano Macchiavelli, Giuseppe Marchetti, Moni Ovadia, Roberto Piumini, Franco Marcovaldi, Silvio Ramat, Mario Rigoni Stern e tantissimi altri. In questa rivista ha pubblicato diversi saggi critici su Leopardi e varia letteratura, ed ha commentato alcuni canti della Commedia.

È presidente dell’Associazione LiberEventi che organizza eventi culturali nel Delta del Po ed edita anche libri col marchio ABao AQu, cosa che gli è valsa un articolo a firma Nando Dalla Chiesa su Il fatto quotidiano. Nel tempo libero, insieme alla sua band si diverte a suonare, cantare e recitare, in spettacoli di alto profilo e d’impegno civile. Ha esordito con Il segreto, Bastogi, 1999. Di qualche anno fa, è il suo secondo romanzo, Il cacciatore di talpe, ABao AQu, 2007, che ha trovato un buon riscontro di lettori e critica. Ha infine pubblicato, Il fiore di Brueghel, ABao AQu, 2011.

 

MAURO MORETTI

è nato a Milano nel 1958, ma vive da diversi anni a Novellano, un altro piccolo paese tra le montagne dell’Appennino Reggiano. Disegnatore e autore di fumetti, ha collaborato con riviste come Corriere dei PiccoliBoy MusicSorrisi & Canzoni, Il Mucchio Selvaggio. Ha illustrato copertine e plance di giochi da tavolo, come MagikonMafia, Formula 1 e Risiko. Si è inventato uno spettacolo di musica e disegni dal vivo che si chiama Vedere la musica e l’ha portato in giro per un po’. Di recente ha collaborato con Giovanni Dell’Olivo per i disegni dello spettacolo di teatro canzone Kociss, storia di un bandito veneziano degli Anni Settanta, messo in scena al Teatro Goldoni con il gruppo Lagunaria. Da 30 anni realizza storyboards e layouts per numerose agenzie di pubblicità. È stato tra i primi ad aver disegnato video musicali: per Roberto Vecchioni ad esempio, nell’album Hollywood Hollywood.

AA.VV., Sentiero 605 - Abetina Reale

 

Il Sentiero 605 parte da un paese che si chiama Civago e seguendo la valle del torrente Dolo sale fino al rifugio Segheria, dove prosegue per arrivare sulla cima del Monte Cusna, la montagna più alta dell’Appennino Reggiano.

Nell’estate del 2014 il sentiero è stato il teatro della rassegna di land art ArteUmanze, ideata dall’artista Ermanio Beretti in collaborazione con il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano. Il libro raccoglie nove racconti di nove artisti-scrittori che hanno partecipato alla kermesse. Protagonista assoluto l’Abetina Reale, bosco voluto dai signori d’Este già nel Quattrocento e per diversi anni gestito anche da Ludovico Ariosto, governatore della Garfagnana per conto della nobile famiglia ferrarese. Un luogo di ombre, radure improvvise e alberi misteriosi, tra la poesia dell’acqua che scorre e le storie portate dal vento: un luogo magico dove ancora una volta dialogano il presente con il passato, il reale quotidiano con un Altrove immaginario.

 

GLI AUTORI

I nove racconti sono scritti da altrettanti artisti, molti dei quali scrittori in proprio, che hanno partecipato alla kermesse di land art con loro istallazioni, spesso ideate e costruite con altri artisti, tutte disposte lungo il Sentiero 605, ad accompagnare i turisti e i camminatori nel cuore di questo bosco magico e re(g)ale. Alcuni di essi, come ad esempio Silvano Scaruffi, Simona Sentieri e Benedetto Valdesalici hanno già pubblicato per le edizioni Abao Aqu.

Arricchiscono il volume le illustrazioni, in un ironico bianco e nero, di Ermanio Beretti, ideatore della rassegna. 

Luca Tondelli, Emanuele Ferrari, 40

 

Il primo aprile 1974 l’Italia era nel pieno della crisi petrolifera e per le strade si girava con le targhe alterne. Il primo aprile del 1974, i due autori del libro nascevano in due posti diversi e ci sarebbero voluti 15 anni per farli incontrare, sui banchi di un liceo scientifico di provincia. Il raggiungimento comune dei quarant’anni diventa una buona scusa per incontrarsi di nuovo tra le pagine e riprendere un filo di storie che si è sempre intrecciato alla loro vita quotidiana.

Due parti per tre racconti di quella che Calvino avrebbe chiamato “una profonda leggerezza”: piccoli aneddoti da bar, ritratti di personaggi, da fiera e di paese, ricordi che affiorano da certe fotografie, da certi odori o profumi che riportano in vita e in vista il passato, da quello più recente fino al fondo luminoso e nostalgico dell’infanzia, coi pupazzi di neve, le prime partite di calcio, i dischi in vinile con le canzoni dei Beatles, gli aerei di carta lanciati dal terrazzo, i gavettoni, anche quelli lì.

 

LUCA TONDELLI

è giornalista pubblicista e collabora con il quotidiano “La Gazzetta di Reggio”. Dal 2003 è anche addetto stampa per il Comune di Castelnovo Monti. È al suo esordio in libro.

EMANUELE FERRARI

insegna lettere in una scuola media sotto il Monte Cusna, Appennino Reggiano. Ha pubblicato diversi racconti su riviste, cataloghi d’arte, antologie. Scrive testi per il teatro e collabora con compositori in racconti musicali. Per Abao Aqu ha pubblicato nel 2008 Un posto dove guardare, narrazione teatrale ispirata ai temi della Resistenza. Sempre per Abao Aqu ha ideato e dirige le due collane Le Tasche e I burattini.

Giovanni Mareggini, Emanuele Ferrari, 292 Poltroni – dieci anni e un teatro

 

Un teatro al centro di un paese, al centro dell’Appennino Reggiano.

Un teatro nato nel 1920, passato attraverso il fascismo e il grande rastrellamento del 1944, quando i tedeschi lo usarono come prigione per molti civili inermi che vennero deportati nei campi di prigionia.

Un teatro riaperto nel dopoguerra, divenuto Casa del Popolo e poi Cinema cooperativo, fino alla chiusura degli anni ’90.

Un teatro rinato sulle sue ceneri nel 2004. Un teatro che festeggia i suoi 10 anni di nuova vita, con le sue storie grandi e piccole, gli artisti che ci sono passati, ma soprattutto la gente, che come diceva Bukowski “è il più grande spettacolo del mondo”. Come si può raccontare un teatro? Basta iniziare dalle prime file, e per ogni sedia, per ogni poltrona riprendere un filo di storia, una storia in un filo. E salire dalla fila A alla fila S, e poi ci sono i palchetti, e poi in alto in alto anche una fila invisibile, una fila fantasma, la fila dove stanno sempre quelli che non ci sono più. Perché “in teatro succede così: niente è soltanto quello che è. C’è sempre dell’altro. In teatro.”

 

GIOVANNI MAREGGINI

è flautista di fama internazionale e docente di flauto all’Istituto Superiore di Studi Musicali Peri-Merulo di Reggio Emilia. Dirige anche l’Istituto Diocesano di Musica e Liturgia, sempre a Reggio Emilia. Dal 2004 è direttore artistico al Teatro Bismantova di Castelnovo Monti. È al suo libro d’esordio.

 

EMANUELE FERRARI

fa l’insegnante di lettere in una piccola scuola di montagna dell’Appennino Reggiano. Ha pubblicato racconti su riviste, cataloghi d’arte, antologie. Nel 2008 per le edizioni Abao Aqu è uscito Un posto dove guardare, una narrazione teatrale sui temi della Resistenza, tratta dal diario di prigionia di Giorgio Gregori, Due anni in terra straniera. Dal 2004 collabora con la direzione artistica del Teatro Bismantova. Dal 2010 ne è l’Amministratore Unico.

Fabio Gaccioli, Nell’ombra della casa senza luce elettrica

 

 

Un padre e un figlio durante una tempesta di neve, tra il fuoco del camino, una bottiglia di whisky, e la luce elettrica che va e viene. Il passato che ritorna sotto forma di ferite, non detti o non vissuti.

Una mattina di pioggia e un dialogo di amanti tra le lenzuola, fatto di vuoti e pause, fino allo squillare di campanello.

Infine la telefonata di una sconosciuta in cerca di un idraulico, qualcuno che risponde e anche se non sa quasi nulla d’idraulica, decide ugualmente di andare. Due solitudini che s’incontrano per un attimo, si svelano quasi, prima che qualcosa o qualcuno arrivi a rompere questo instabile equilibrio.

Tre racconti nudi e crudi, uno sguardo disincantato sull’empirica durezza dell’esistenza, storie di vita vissuta che nel ritmo e nelle atmosfere rarefatte, ricordano la grande tradizione del racconto americano del Novecento, da Hemingway a McCarthy.

 

FABIO GACCIOLI

è nato nel 1976. Scrittore e drammaturgo, vive e lavora in provincia di Reggio Emilia. È al suo libro d’esordio.

Simona Sentieri, Emanuele Ferrari, L'uomo principale è una donna

 

Un libro fatto di cocci e frammenti, come simboli che segnano un incontro: qualcuno che viene e lascia un segno, prima di partire di nuovo.

Da una parte c’è la terra. La Madre Terra. Evocata e invocata in 8 poesie che cantano i luoghi di un ritorno a casa. Dall’altra c’è una finestra che si affaccia su un cortile, Spazio circoscritto dentro un cielo notturno, tappeto della notte che si snoda lungo un sentiero di montagna: 8 racconti domestici che narrano l’irrompere del ricordo e dello stupore, nel quotidiano correre dei giorni, ascoltando l’eco di grandi autori della letteratura, Neruda, Saramago, Borges.

 

SIMONA SENTIERI

è pittrice e poetessa. Nata sui monti dell’Appennino Reggiano, per molti anni ha vissuto alle Isole Canarie, serbando nel cuore l’amore per la sua terra. Da qualche tempo è ritornata a casa. Raccoglie sassi e li fa parlare con la voce del vento. Intreccia radici a costruire sfere vuote, dove si agganciano piccoli pezzi di carta e pagine di vecchi libri, come nuovi atlanti di luoghi immaginari. Le poesie del ciclo Terra di luoghi, contenute nel libro, sono nate per un progetto di incontro tra le sue opere e quelle di altri due artisti d’Appennino, Luisa Guidetti e Giovanni Raffaele Bonini, letteralmente “messo in scena” negli spazi delle Scuderie di Palazzo Ducale a Castelnovo Monti, nella primavera del 2013.

 

EMANUELE FERRARI

insegnante di lettere e scrittore. Da anni si occupa di teatro, curando adattamenti e scrivendo testi e monologhi, collaborando con artisti, compositori e musicisti. Porta in giro storie d’infanzia, nate nelle campagne delle colline ai piedi dell’Appennino Reggiano, dove compaiono personaggi di paese, che parlano di un tempo senza tempo, con una voce inconfondibile che sa di terra, vino grosso, fumo di camino e castagne arrostite.

 

Nota: il libro esce anche in un’edizione speciale di 30 copie numerate con in copertina un’opera unica d’artista, di Simona Sentieri o Giovanni Raffaele Bonini (costo di ognuna di queste copie: 20 €)

 

Emanuele Ferrari, James Bragazzi, Quando tutto era possibile

 

Casina è un piccolo paese ai piedi dell’Appennino reggiano. Un paese come tutti gli altri: la piazza del municipio, i giardini, le panchine, qualche bar, il mercato. La gente soprattutto. In questo piccolo libro, nato da una serie d’immagini rubate, di una leggerezza profonda, un po’ Henri Cartier-Bresson un po’ Robert Doisneau, sospeso tra memoria e nostalgia, si raccontano soprattutto le persone, gli incontri e alcune storie di famiglia, come quella di un certo zio Ugo, fascista con la passione dei trenini elettrici, delle penne a sfera e dei berretti: un’infinità di lavori precari per finire, in una domenica d’elezioni, a bere l’ultimo caffè della sua vita alla casa di riposo, forse pensando di poterle vincere, le elezioni. E poi le scommesse tra amici, le partite di briscola e scopone, le gare delle auto sportive, Gianni Rivera che non viene per una partita di pallone, ma per un comizio elettorale, le corse in bicicletta e la musica dei Beatles, di Bob Dylan, dei Rolling Stones.

 

20 fotografie in rigoroso bianco e nero, dalla fine degli anni Settanta agli inizi del 2000, a tessere un filo unico con 11 micro romanzi che hanno il respiro della vita che fugge, della vita che ritorna, della vita che resta, in un paese forse come nessun altro, tra le pieghe delle cose, delle case, delle strade.

 

EMANUELE FERRARI

insegnante e scrittore. Vive da sempre a Casina. Ha pubblicato racconti su antologie e riviste. Tra le altre cose amministra anche un teatro e per il teatro scrive, cura adattamenti, collabora con musicisti e compositori, ma soprattutto cerca di mettere in contatto molti artisti, alcuni che già lo sono e altri che lo diventeranno. Con Abao Aqu ha pubblicato nel 2008 Un posto dove guardare, una narrazione teatrale a più voci, ispirata ai temi della Resistenza e della prigionia degli Internati Militari Italiani. Dal 2001 collabora stabilmente con il fotografo di paesaggio James Bragazzi. Tra i loro ultimi lavori Invisibile dentro, presentato alla Settimana della Fotografia Europea di Reggio Emilia, e CASINA. Bellezza, vita, gente.

 

JAMES BRAGAZZI

vive da sempre a Casina, dove è nato. Fotografo professionista da 40 anni ha girato il mondo alla ricerca di un paesaggio ideale, naturale e umano, cercando soprattutto le origini delle cose, delle storie, dei popoli. Dopo reportages e libri dedicati all’Etiopia, all’India, alla Libia e all’Australia, da oltre vent’anni si dedica a raccontare la sua terra, l’Appennino reggiano, che ha immortalato in libri fotografici di grande formato, come Appennino infinito, Di luce e di vento, Bismantova, la Pietra – segreti ed emozioni tra cielo e terra, con i contributi scritti di alpinisti, storici, narratori, docenti universitari tra i quali Giovanni Lindo Ferretti, Davide Bregola, Massimo Mussini, Maurizio Rebuzzini, Carlo Possa e Walter Ganapini. Di recente si è dedicato anche a una fotografia più intimista, attenta alle piccole cose o piccolissime, quasi invisibili o nascoste all’occhio, un modo di osservare il mondo in modo più spirituale, come se ogni dettaglio, ogni frammento, si mostrasse a noi per la prima volta e contenesse il segreto dell’Altrove, di un tempo fuori dal tempo.

 

Silvano Scaruffi, Mauro Moretti, Un problema di creature mannare a Ligonchio

 

Questo è un romanzo. Anzi no.

Sono tre romanzi. Anzi no.

Più che altro si tratta di un arcipelago di storie, voci, volti.

L’immaginario che attraversa il tempo e si raccoglie tutto in un posto dai confini ben precisi, quelli di una valle chiusa tra le montagne, un paese di nome Ligonchio, come un grumo di memoria, un po’ scritta un po’ no.

All’inizio ci sono tre vecchi montanari con dei nomi improbabili che però sono tutto un programma: Legione, Gatlone e Varini, perso nei suoi pensieri alcolici, bloccato su una sedia a rotelle trasformata in mezzo d’assalto. Ci sono i segni e c’è la neve e tra una cosa e l’altra ci sono quelli che si salvano dalla bufera e invece altri che ci muoiono, sepolti dentro.

Poi c’è un ragazzo in cerca del padre. Uno che ascolta le chiacchiere degli amici al bar, quelli che progettano le orge sui fogli a quadretti e quelli che sono stati mollati dalla morosa per andare ad allevare pecore in Nuova Zelanda. Ogni tanto il ragazzo parla, ma più spesso guarda, anche se non sa bene cosa e dove.

Alla fine non c’è nemmeno più quel ragazzo, ma ci sono ancora altri tre montanari che si raccontano delle storie, mentre abbrustoliscono castagne e bevono grappa in un metato. Storie un po’ vere un po’ no.  

Un problema di creature mannare a Ligonchio è un’avventura fatta di sconfinamenti, tuffi improvvisi nel passato, risalite faticose ma necessarie, risate grasse e nostalgia, pensieri sghembi e rotte distratte. La lingua ha il sapore del fumo nelle osterie, di legni vecchi che sudano, il ritmo del vento che s’infossa nelle gole e dell’acqua che scorre senza tregua e poi si raduna nel ventre molle di una diga.

Dove c’è sempre un po’ più di silenzio che altrove.

 

SILVANO SCARUFFI

vive da sempre a Ligonchio, un piccolo paese nel cuore della Val d’Ozola, tra i monti dell’Appennino Reggiano. Di mestiere fa ancora il guardiadiga e mentre guarda e ascolta il paesaggio che si muove intorno, gli arrivano tutte le storie, i volti, le voci. Ha pubblicato un pugno di libri tra i quali la raccolta di racconti La fossa del malcontagio (Elytra) e Come morire prima di aprire un negozio da surf (Tanit). Su istigazione di un amico di nome Baruch, negli ultimi anni ha iniziato a scrivere racconti in dialetto algonkino, raccolti nel libro-audiolibro Mastorchade.

 

MAURO MORETTI

è nato a Milano nel 1958, ma vive da diversi anni a Novellano, un altro piccolo paese tra le montagne dell’Appennino Reggiano. Disegnatore e autore di fumetti, ha collaborato con riviste come Corriere dei Piccoli, Boy Music, Sorrisi & Canzoni, Il Mucchio Selvaggio. Ha illustrato copertine e plance di giochi da tavolo, come Magikon, Mafia, Formula 1 e Risiko. Si è inventato uno spettacolo di musica e disegni dal vivo che si chiama Vedere la musica e l’ha portato in giro per un po’. Di recente ha collaborato con Giovanni Dell’Olivo per i disegni dello spettacolo di teatro canzone Kociss, storia di un bandito veneziano degli Anni Settanta, messo in scena al Teatro Goldoni con il gruppo Lagunaria. Da 30 anni realizza storyboards e layouts per numerose agenzie di pubblicità. È stato tra i primi ad aver disegnato video musicali: per Roberto Vecchioni ad esempio, nell’album Hollywood Hollywood.

 

 

 

Cesare Bedognè, Oltre l'azzurro

 

Vi sono cose che si dicono e cose che si vivono. Oltre l’azzurro è un viaggio nella memoria a raccogliere rimasugli di tempo vissuto, all’insegna della tragedia. Ciò che resta del niente. Per questo ha più senso, tutto diventa prezioso: i profumi, i colori, i luoghi, le sfumature di grigio, i ricordi possibili, l’infinito dolore.La vita è un insieme di frammenti fra pagine vuote tenute da un filo, appeso come foglia sul piglio del ramo. Perfino banale come conclusione. Piuttosto scontata come fine. Va là dove porta il vento o in una camera della morte dove non si vuole mai entrare in fondo a un corridoio.Chissà perché queste camere, in qualsiasi luogo, si somiglino tutte. Hanno tutte lo stesso odore dei fiori decomposti e non intaccano nulla: la vita che scorre con la levità di un respiro nella sua indifferenza. Resta la coscienza del dolore. A frugare tra vecchie carte, a ricomporre d’un colmo il vuoto: il senso di aver vissuto tra camere d’albergo e periferie senza nome. Monique l’amore, la morte, il dolore.Se la poesia riscrive il senso di aver vissuto, ebbene in queste pagine si coglie il suo respiro più profondo, la forma più alta di sentire che consegna al tempo.

 

CESARE BEDOGNÈ 

nasce a Sondrio nel 1968. Nel 1989 si trasferisce a Pavia per intraprendere gli studi universitari in Matematica e Fisica Teorica. Dopo essersi laureato con una tesi sulla struttura geometrica dello Spazio-Tempo di Minkovski, svolgerà attività di ricerca presso la Fondazione Mitteleuropa di Bolzano, il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Helsinki e la West London University.

Nel corso della sua formazione scientifica approfondisce anche il suo interesse per le arti visive, con particolare attenzione al cinema, e si dedica intensamente alla fotografia, vivendo a lungo in Olanda, dove allestisce la sua prima camera oscura.

Dopo la morte della sua compagna olandese, nell’autunno del ‘98 Bedognè fa ritorno in Italia e inizia a lavorare alla serie fotografica che troverà poi i maggiori riscontri a livello internazionale – Broken Images – dedicata ad un Sanatorio in abbandono delle Alpi italiane.

Le sue opere fotografiche sono state esposte, in mostre personali e collettive, in importanti gallerie e sedi museali a New York, L’Aja, Londra, Milano, Parigi, Colonia e Amsterdam.

Negli ultimi anni si è dedicato prevalentemente alla scrittura, lavorando a Oltre l'Azzurro e ad una raccolta di racconti, poesie e diari di viaggio, di prossima pubblicazione. 

 

Andrea Ganapini, Yuri Torri , Scavare il tempo

 

All’inizio c’è lo spazio dei luoghi: l’Appennino reggiano e i suoi monti e valichi, spesso avvolti dalla fuga delle nuvole. I laghi che sembrano rocce e le rocce che scivolano sopra l’acqua, dentro i sentieri nel bosco, dove appaiono case all’improvviso. Case che non sono più case e quando lo erano hanno accolto le ombre della Storia, nei volti anonimi che ancora oggi ne solcano i muri, come fantasmi. L’occhio si spinge lungo i versanti del crinale e scende fino a valle, tra gli alberi più docili delle colline e fin quasi all’argine del fiume Po, in qualche antico casolare della Bassa pianura, con le finestre sempre chiuse.

Poi c’è il tempo delle storie: come la storia di tre piante di noce che scavano nella memoria di un bambino che le guarda e ne scolpisce il destino in un gesto silenzioso. Come quella di chi sogna l’amore eterno e invece si trova a bere il latte in un giorno di nebbia, mentre vicino stanno arrivando i tedeschi. Quelle ancora di un pescatore muto che gioca con il filo e fa suonare le pietre, di un lento bicchiere di barbera che solleva i ricordi, di un tema scritto per il primo amore quando si aveva 18 anni e si poteva parlare del vuoto e avere la sensazione che tutto, anche il bianco, potesse avere un senso. Scavare il tempo è questa doppia esplorazione tra le pieghe delle cose, piccole e grandi, leggere e pesanti. Cose che non sono cose direbbe qualcuno. Cose che, come fantasmi, segnano la vita di ciascuno.

 

ANDREA GANAPINI

nasce a Reggio Emilia nel 1980. Da sempre vive a Casina, ai piedi dell’Appennino reggiano. Dopo una Laurea in Ingegneria inizia a camminare in lungo e in largo per il suo paesaggio di montagna e come ogni buon camminatore prova a fotografarlo. Da subito trova nel bianco e nero la sua cifra stilistica, che gli consente di essere insieme essenziale e comunicativo. Espone i suoi scatti in una prima mostra al Castello di Sarzano nel 2011, dal titolo Dipinti in natura: acqua, legno, roccia. È al suo primo libro.

 

YURI TORRI

è nato nel 1981 e vive da sempre a Casina. Dopo una Laurea in Scienze Politiche con una tesi sulla storia dell’America del Nord, inizia una collaborazione con il quotidiano Gazzetta di Reggio come corrispondente di cronaca. Pubblica alcuni contributi di taglio storico su alcuni periodici locali, tra cui Quaderni storici sarzanesi, dove si interessa soprattutto di testimonianze relative al periodo della Resistenza. Ha illustrato con alcune liriche la prima mostra di fotografie di Andrea Ganapini, Dipinti in natura: acqua, legno, roccia. È al suo primo libro. 

 

Pierluigi Tedeschi, Riccardo Varini, Luoghi comuni 

 

Luoghi comuni è un viaggio che parte dalle colline dell’Appennino reggiano e va lungo le strade, verso la pianura, la via Emilia, dentro prati che sanno di nebbia e case e alberi e forse anche gli argini del Po che si vedono a stento e appaiono come spiriti o fantasmi della notte. Un viaggio che parte da qui e arriva al mare: i lidi adriatici e le loro spiagge, deserte o affollate, attraversate da solitari o contemplate da una soglia dove lo sguardo si crea il proprio altrove: fuori e dentro le stagioni. Un racconto per immagini, come altrettante cartoline di un tempo sospeso, dove un pallone calciato da un bambino su un prato può restare in aria per anni. Cartoline che non dicono solo come eravamo ma che, nell’attesa e nella lentezza del loro mostrarsi, contengono una certa idea di quello che siamo diventati o che potremo diventare. Ripensandoci. Poi, come un binario parallelo, le parole corrono di fianco alle immagini, a scoprire che dietro la curva si sente già il mare, a tessere piccole storie fatte d’incanti improvvisi, apparizioni e nostalgie, scorci di futuro e aperture su un mondo e un modo ancora possibile di abitare e camminare insieme. Dentro e fuori dal tempo.

Il libro è nato da un progetto espositivo presentato nel 2011 alla Settimana della Fotografia Europea di Reggio Emilia. 

 

PIERLUIGI TEDESCHI

è nato nel 1963. Vive e lavora a Reggio Emilia. Si definisce un agitatore culturale. Fin dai primi anni ottanta ha partecipato e organizzato eventi poetici, reading, performance e incontri di slam poetry in varie città d’Italia. Nel 2007 ha pubblicato a quattro mani Amor rebelde, seguito nel 2010 dalla raccolta, ispirata alle fotografie di Luigi Ghirri, Il profilo delle parole. Negli ultimi anni si è dedicato molto anche al teatro, da quello di narrazione a quello più sperimentale e d’avanguardia, anche in collaborazione con Slow Food. L’11 novembre del 2011 ha debuttato con un suo monologo dal titolo Nebbia. Un’orazione civile. È appassionato di montagna e suona l’armonica a bocca.

 

RICCARDO VARINI 

è nato nel 1957. Vive e lavora a Reggio Emilia. Si dedica alla fotografia dal 1978, una passione che diventa ricerca artistica quando nel 1984 incontra Luigi Ghirri e inizia a definire meglio il suo stile, rarefatto e sfumato, guidato dall’intento di recuperare un senso di lentezza nella contemplazione

dell’immagine, come se ogni scatto potesse diventare poesia. Una filosofia che nel 2008 darà alla luce Silenzi, edito da Meridiana, con una presentazione di Arturo Caro Quintavalle. Nel 2009 Duccio Grassi Architects gli commissiona un importante ricerca sul nuovo grande negozio di Max Mara a Milano e sempre in quell’anno le “geografie sentimentali” di Silenzi sono selezionate tra le mostre ufficiali a Fotografia Europea di Reggio Emilia. La mostra risulta la più votata da pubblico e critica. Dal 2010 tiene corsi di composizione e Work Shop, spesso anche nella piccola galleria studio “Torno subito” che ha aperto nel centro della sua città. Le sue opere dal 2007 sono state selezionate al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, diretto dal Prof. Quintavalle, dove sono ospitati grandi nomi della fotografia italiana. 

 

 

Daniele Poto, Binario 95

 

Se la vita è un viaggio, il treno ne rappresenta la degna metafora. L’alta velocità per chi può, le carrozze sporche dei pendolari per chi è costretto ad arrabattarsi.

E se del viaggio si conosce l’approdo, non sempre le tappe e i confini sono noti: l’insolito, l’ingiusto, il tragico. Anche questo libro è un viaggio per tutti i luoghi e le possibilità, se ci si fa prendere per mano dall’autore che miscela, negli scritti degli ultimi dieci anni, uno stimolante cocktail di proposte, racconti, invettive, favole, consigli per l’uso dell’esistenza, ispirato da un senso etico che vorrebbe non rispettare sempre il “politicamente corretto” e per amore della verità.

La verità appunto come approdo, per riannodare il senso della condivisione, che porta all’amicizia e all’ospitalità, per ricucire i fili dell’esistenza che riscoprono l’umanità, per incontrare l’altro in cerca di se stessi in opposizione alla banalità quotidiana. Insomma il viaggio come patrimonio per poter scegliere e non subire l’invasione dei tempi.

 

Daniele Poto, per le sue inchieste sulle mafie nel calcio, sul gioco d’azzardo, sui compro-oro, si può considerare senz’altro un giornalista scomodo.

Ha vissuto tra la capitale, sua città natale, Milano, Torino e Bari, coltivando la passione per la parola. Scritta, letta, recitata, blandita, inseguita, mai tradita. Ma a muoverlo è soprattutto il suo impegno civile, l’indignazione che gli deriva dal voler cambiare il suo Paese, spesso abbandonato all’incuria di mafiosi, corruttori, evasori e varie consorterie.

Ha scritto 16 libri, e in vari giornali come Tuttosport, il Corriere della Sera, la Repubblica, il Messaggero, Paese Sera, toccando un po’ tutti i generi: il romanzo, il pamphlet, il dossier, il noir, l’etica. Le sue pubblicazioni più recenti sono: Azzardopoli, 2012 e L’oro d’Italia, 2013 per i dossier di Libera. E per Abao Aqu ha pubblicato, Vita vissuta da me medesimo, 2013.Qui riunisce gli inediti raccolti negli ultimi anni.

Daniele Poto, Vita vissuta da me medesimo

 

“Me medesimo” conduce una vita senza arte né parte, segnata dalla conflittuale risoluzione del rapporto prima con la Telecom, poi del legame con una donna aggressiva e litigiosa, quando l’inaspettata proposta di un compagno di scuola gli spalanca le porte ad un incarico di assistente parlamentare.

All’ombra di Grillo è un’occasione per capire l’Italia di oggi, coi limiti e il grigiore della politica tradizionale, e l’inanità della nuova.
Un monologo inquietante sul rapporto di coppia. Un caracollare logorroico sui propri fallimenti. Un work in progress alla continua ricerca della propria identità, tra crisi di valori e decadenza esistenziale.

Un viaggio non privo di sorprese, individuali e collettive.
Ne verrà un’analisi spietata del privato e del pubblico, una sequenza continua di attese, un gusto all’insegna del vuoto.
Sorprendente il finale e non prevedibile.

 

DANIELE POTO

l’ho conosciuto a cena, prima di un incontro sul gioco d’azzardo. Non so perché ci siamo subito capiti. Anzi sentiti, voci di un vissuto diverso, ma di un sentire comune. Mi ha colpito soprattutto la sua capacità di ascoltare. Rara in conferenzieri e relatori, di solito sempre in cattedra ad eruttare sentenze morali. Lui ascoltava, curiosissimo di ogni cosa, cercando di capire, di approfondire, come se nell’incontro fra culture e nel rispetto dell’altro e della sua diversità riponesse la forma più alta di sapienza. Gli occhi chiari brillavano d’intelligenza, a loro agio per un incontro felice.

Come relatore poi un’altra persona: un fiume in piena, un brio di parole, una mole di dati, un’architettura di pensieri che non dà spazio alla riflessione, ma sciorina fatti, problemi, questioni che coinvolgono, trascinano e rendono edotti. Tutto a mente! La sua memoria un archivio: sulla corruzione in politica, sull’infiltrazione mafiosa nel gioco d’azzardo, sulla combine nel calcio, sul doping nello sport, sui compro-oro.

Ma Daniele Poto è soprattutto un giornalista. E non solo perché ha scritto per Tuttosport, il Corriere della sera, la Repubblica, il Messaggero, Il Tempo, Paese sera; è stato opinionista nel Processo del lunedì di Aldo Biscardi; ha collaborato con varie riviste sportive e alla radio; ha fondato e diretto giornali, riviste e trasmissioni. Ma perché del suo impegno civile ne ha fatto l’etica del suo lavoro. Sempre dalla parte degli onesti e degli umili. Ha avuto molti riconoscimenti e vinto alcuni premi letterari. Le sue pubblicazioni più recenti sono: Azzardopoli, 2012 e L’oro d’Italia, 2013 per i dossier di Libera.

Giuseppe De Santis 

Fabio Rodda, Gli infiniti possibili


Tre personaggi, tre non storie, che si raccontano come sequenze fotografiche: frammenti di esistenze, giorni subiti, disperazione.
Il romanzo è ambientato a Bologna, in una città che sta cambiando pelle e forse anche valori. Anche se resta sempre la stessa: stanca, grassa, ignorante, città provinciale che promette tanto e trita tutto. 
I protagonisti hanno tutti più, o poco meno, di trent’anni. Angelo ne ha circa trenta, single, ricercatore universitario. Si sveglia e teme di aver perduto
la ragione: non va a lavorare, passa la giornata a pensare al mondo, alla sua gioventù appena vissuta eppure lontanissima, alla sua vita che sembra ormai sfuggirgli di mano. Marina ha ventinove anni, è bella e sola. Lavora nello studio di Angelo ed è testimone della sua scomparsa. Con lui ha avuto un flirt mesi prima. Ma non riesce a legarsi a nessuna storia d’amore e non sa cosa sia la felicità, a causa di un segreto che si rivelerà a poco a poco e la rende debole, schiava di frivolezze e banalità. Simone è un pittore. Ha un corpo grande e muscoloso ed un look eccentrico oltre che da una parlata spesso più formale del necessario. Nel proprio approccio teorico all’arte vive il bisogno interiore di togliersi di dosso qualcosa, di scavare per ripulirsi, per cercarsi
e riconoscersi finalmente uomo. Tre vite parallele che nelle infinite probabilità di raccontarsi, finiscono per incontrarsi in un gioco bizzarro dall’esito imprevedibile come’è la vita e le sue possibilità: un sempli-
ce ordine pulito, riconducibile al caos. Per scoprire di essere come tutti gli altri. Con gli occhi rivolti solo in avanti, l’unica direzione in cui guardare: “Forse diventare uomini non significa che questo”.

“Nasco a Feltre, provincia di Belluno nel 1977 - mentre in UK usciva Never Mind the Bollocks, Here's the Sex Pistols - sotto il segno della bilancia o del serpente se credete nell’astrologia cinese.
Cresco a Pedavena, paese di campagna ai piedi delle Dolomiti.
Appena diplomato salto con tre amici sulla mia splendida Diane 6 azzurrino sbiadito (di lì a poco fusa in autostrada... pace all’anima sua!) e sbarco nella mai vista Bologna.
Incontro subito l’Osteria dell’Orsa. Mi piacciono quei tavoli pieni di scritte, quella confusione, quell’anima punk... Ancora non sapevo che sarebbe diventata la mia seconda casa da studente e poi la mia attività.
Laureato in filosofia, pubblico per Mimesis la versione estesa della mia tesi (Cioran l'antiprofeta – fisionomia di un fallimento), poi qualche altro lavoro chiesto da insegnanti o dal mio editore.
Grazie all’amico e maestro Giovanni Pierini, tengo anche un corso per l’Alma Mater: Filosofia della medicina. Bella esperienza, ma l’insegnamento e, soprattutto, l’università non è roba mia.
Con gli amici del Covo Club nasce la nuova avventura lavorativa: le estati del Bolognetti Rocks.
Scrivo da sempre: la prima volta ero nella macchina dei miei, la memoria è confusa ma so che giravo con un quaderno ed una penna. Andavo sì e no in prima media. Scrivevo un giallo, ricordo ancora il titolo: Castle Rock, citazio-
ne Kinghiana, per gli appassionati... Da lì in poi non ho mai smesso, ma è solo ai primi anni del nuovo millennio che trovo una forma che mi soddisfa,
parole che filano come voglio: si chiama Gli infiniti possibili ed è un romanzo.”

Foto di copertina di Tiffany Vecchietti
Copyright 2013 Tiffany Vecchietti

Giuseppe De Santis, Il fiore di Brueghel 

 

Un reperto “antico” mai trovato, un imbroglio mai realizzato, un uomo muore accoltellato. Così in breve, di menzogna in menzogna, si dipana una storia dalle fogge più strane che forse non è mai stata ma poteva essere. A far corona parate interminabili, e una manica di bambocci, bastonatori, squadristi della prima ora, intenti a bazzicare nei casini di mezzo mondo: i veri padroni del Paese. E tutto in nome del duce e per la Patria. Così dirama una delle epoche più controverse, quella fascista, tra strascichi e varie pendenze e vecchie e nuove interpretazioni. Con a margine nove tavole che raccontano un’altra storia, forse più vera, in grado di lacerare i veli che nascondono la verità. 

 

GIUSEPPE DE SANTIS

è nato a Portocannone (CB), una comunità arbëreshe del Molise. Oggi vive a Bosco Mesola (FE) ed è docente di Materie Letterarie nel Polo Tecnico di Adria (RO). È stato tra i fondatori ed ha diretto Quadernetto, unico esempio di una rivista nata in una scuola superiore, che può vantare il contributo di collaboratori del calibro di: Antonia Arslan, Carmine Abate, Fernando Bandini, Guido Conti, Nando dalla Chiesa, Erri De Luca, Franco Loi, Giovanni Lugaresi, Loriano Macchiavelli, Giuseppe Marchetti, Moni Ovadia, Roberto Piumini, Franco Marcovaldi, Silvio Ramat, Mario Rigoni Stern e tantissimi altri. In questa rivista ha pubblicato diversi saggi critici su Leopardi e varia letteratura, ed ha commentato alcuni canti della Commedia. È presidente dell’Associazione LiberEventi che organizza eventi culturali nel Delta del Po ed edita anche libri col marchio ABao AQu, cosa che gli è valsa un articolo a firma Nando Dalla Chiesa su Il fatto quotidiano. Nel tempo libero, insieme alla sua band si diverte a suonare, cantare e recitare, in spettacoli di alto profilo e d’impegno civile. Ha esordito con Il segreto, Bastogi, 1999. Di qualche anno fa, è il suo secondo romanzo, Il cacciatore di talpe, ABao AQu, 2007, che ha trovato un buon riscontro di lettori e critica. Ha infine pubblicato, Il fiore di Brueghel, ABao AQu, 2011.


Foto: Squarci di valle di Giuseppe De Santis 

Enrico Campofreda, Gogo della Luna, Hépou moi

 

Un romanzo epistolare condotto sul filo della memoria che si lega al passato e si svolge al presente.

Una storia dalle identità violate nel labirinto di questioni insolute che tornano a galla e cozzano con la realtà, riproponendo temi veri, cruciali, attuali. E tutto via web. Roma, Milano, Parigi, Lisbona.

Con frequenza altalenante i protagonisti si scrivono, si confidano, si rimproverano, tacciono, urlano, piangono e si compiangono. A ogni invio s’affaccia il passato, migliaia di parole che si riassumono in una richiesta che cambierà percorsi di vita spingendoli oltre le coordinate del destino. Fino a quando la verità apparente si spoglia nuda lasciandoli di fronte ad un profondo dilemma al quale ne seguirà un altro più terribile: devastante e meraviglioso allo stesso tempo. Sia pure a due voci, questo romanzo è un libro corale d’impegno e solidarietà, ricco di pathos e passione civile che restituisce dignità a un tempo, gli anni Settanta, spesso trattati con disinvoltura o peggio superficialità. Riassume forse una discussione mai finita e ancora in attesa di nuovi approdi.

Presentazione degli autori:

 

ENRICO CAMPOFREDA

è un tozzo di pane arguto e spigoloso. Al pensiero di umili e derelitti, là dove più cruda è la via, il suo cuore diventa rabbia e vorrebbe rivoltare il mondo. Chissà se è amore, o l’unico scampo a una vita ingiusta, o forse un altro modo per sentirsi vivi nell’indifferenza attorno. E nella sua arte d’incidere pagine vi si può sfogliare tutta la gioia e il suo dolore, l’uomo e il suo male, e anche l’amarezza di restare sempre soli.

Enrico Campofreda, 1956, è originario di Portocannone (CB) e si forma in quella particolare “Accademia” che è stata la periferia romana dove ha giocato, studiato, amato e lavorato sin da ragazzo. Dopo la laurea in Lettere Moderne presso l’Università “La Sapienza”, si specializza su competenze linguistiche e letterarie per editoria, giornalismo, comunicazione. È iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio dal 1988.

Ha narrato da Roma e Milano - dove è vissuto - storie di sport e di sportivi seguendo numerose specialità in Italia e all’estero per quotidiani (Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto) e riviste specializzate.

Attualmente collabora col quotidiano Terra scrivendo di politica sociale ed estera. Suoi interventi sul web sono presenti su vari siti. Ha pubblicato con Marina Monego, L’urlo e il sorriso, Di Salvo, Napoli, 2007.

 

GOGO DELLA LUNA

nasce a Roma nel 1967 Nel 1991 si trasferisce in Irlanda dove vive fino al 2003. Qui lavora come scrittrice, in lingua inglese, e artista. Collabora anche con il fotografo David Farrell in istallazioni che vengono esposte in Irlanda e all’estero (www.davidfarrell.org Cliccare su: Projects-Communion-Work with Gudòk). Dopo il non previsto ritorno in patria e l’inizio di una ‘terza vita’ ha scritto un romanzo in Italiano, Il passo Lento dei Randagi ancora in attesa di pubblicazione. Crede fermamente che l’arte e la scrittura in particolare diano un forte valore aggiunto all’esistenza umana. Vive nella certezza di quanto siano vere e paradossalmente positive le parole di Samuel Beckett: “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci meglio”.

 

Giuseppe De Santis, Il cacciatore di talpe

 

Un giornale locale pubblica la notizia di un delitto. Per tutti è una bufala, determinata da una diceria di paese. La vittima è una donna in carriera di notevole bellezza, forse un po’ cinica. Ma, per una coincidenza alquanto strana, la donna viene trovata morta per davvero, nell’incredulità generale.

A indagare è il maresciallo dei carabinieri Pinuccio De Matteis, un tipo davvero speciale, forse un po’ impacciato a gestire un caso divenuto ormai nazionale con tanto di stampa e televisione.

Davanti a lui si aprono, e qualche volta si chiudono, più piste: il delitto casuale, quello affaristico, quello passionale. Aiutato da un professore scorbutico, ma di raffinata cultura, scoprirà al termine dell’indagine una verità molto scomoda che si dirama lungo la via intricata di un labirinto che ha il sapore della beffa. Il bene e il male non esistono se non per necessità, e l’orrore è antico quanto l’uomo. Una verità amara, arida, cruda, per via di approssimazione, come la metafora che l’ha generata: quella de Il cacciatore di talpe che fa di tutto per dare un senso alla vita. Fa da sfondo un paesaggio vallivo baciato dal cielo. «La valle è la terra / che germoglia nell’acqua / o l’acqua che ha radici nella terra. / È la favola del mondo / in cui nasce la vita, / è il groviglio in cui s’adagia la terra / e confluiscono i fiumi / datori di vita, / è la madre di tutte le spose / che liberano il tempo / e invogliano i cuori ad amare: / chi ha già amato / e chi deve ancora amare.»

 

GIUSEPPE DE SANTIS

è nato a Portocannone (CB), una comunità arbëreshe del Molise. Oggi vive a Bosco Mesola (FE) ed è docente di Materie Letterarie nel Polo Tecnico di Adria (RO). È stato tra i fondatori ed ha diretto Quadernetto, unico esempio di una rivista nata in una scuola superiore, che può vantare il contributo di collaboratori del calibro di: Antonia Arslan, Carmine Abate, Fernando Bandini, Guido Conti, Nando dalla Chiesa, Erri De Luca, Franco Loi, Giovanni Lugaresi, Loriano Macchiavelli, Giuseppe Marchetti, Moni Ovadia, Roberto Piumini, Franco Marcovaldi, Silvio Ramat, Mario Rigoni Stern e tantissimi altri. In questa rivista ha pubblicato diversi saggi critici su Leopardi e varia letteratura, ed ha commentato alcuni canti della Commedia. È presidente dell’Associazione LiberEventi che organizza eventi culturali nel Delta del Po ed edita anche libri col marchio ABao AQu, cosa che gli è valsa un articolo a firma Nando Dalla Chiesa su Il fatto quotidiano. Nel tempo libero, insieme alla sua band si diverte a suonare, cantare e recitare, in spettacoli di alto profilo e d’impegno civile. Ha esordito con Il segreto, Bastogi, 1999. Di qualche anno fa, è il suo secondo romanzo, Il cacciatore di talpe, ABao AQu, 2007, che ha trovato un buon riscontro di lettori e critica. Ha infine pubblicato, Il fiore di Brueghel, ABao AQu, 2011.

Cesare Bedognè, Della Cenere e del Vento

 

“Cosa ho visto davvero, cosa si vede per davvero, l’ho scoperto, lo si scopre soltanto dopo tanto tempo, anzi, dopo aver dimenticato quanto tempo è passato, dopo aver dimenticato tutto il tempo.

                

Non c’erano infatti finestre, vetri rotti, ombre sui muri, uccelli impagliati, seggiole vuote o cartoline appese a un filo con le mollette. C’erano tutte queste cose nelle immagini del libro. Ma non erano quelle. Perché anche le cose non sono le cose. E quelle erano un’assenza, non so bene se di qualcuno già passato, o di qualcuno che doveva ancora venire, non importa. Ogni immagine forse, cerca di cogliere, d’immaginare quest’assenza, mancanza che abita fuori dal tempo, mancanza di tempo, appena prima che qualcosa accada. Appena dopo. Ecco perché ogni immagine può essere un presagio, contenere un destino, rivelare un mistero.”

Emanuele Ferrari

 

Le opere di Cesare Bedognè sono state esposte in svariate gallerie d’arte e musei di fotografia sia in Italia che all’estero. Negli ultimi anni Bedognè si è anche dedicato alla scrittura e il suo primo romanzo, Oltre l’Azzurro, è stato pubblicato da ABao AQu nel 2012.

Nel primo capitolo di questo libro fotografico dedicato agli anni che l’autore ha trascorso in Olanda, la stessa vicenda autobiografica viene narrata per immagini, molte delle quali stampate per la prima volta specificamente per questo volume. Il secondo capitolo, Broken Images, è invece riservato al Sanatorio dismesso di Prasomaso, nelle Alpi italiane, e condensa in una trentina di fotografie la serie che ha finora ottenuto i maggiori riscontri a livello internazionale.

L’ultimo capitolo, Leaving, contiene numerose immagini inedite e si concentra piuttosto su quelli che l’autore suole definire “gli orizzonti del viaggio”: la solitudine, la leggerezza e la nostalgia, l’ansia e l’ebbrezza del viandante. Il titolo va dunque inteso nel duplice senso di partenza ed abbandono arrivando anche ad alludere, in talune immagini, a quella partenza definitiva che è la morte.

Giuseppe Boiardi (a cura di), In t'la nudda

 

Dall’inizio dei tempi la gente si pietrifica, un po’ ovunque. Non sempre l’irrigidimento implica una variazione di formato. Nella Genesi la moglie di Lot diventa una statua di sale per essersi girata indietro e aver spalancato gli occhi sulla pioggia di zolfo e di fuoco che distruggeva Sodoma e Gomorra. Molti antichi greci sono stati trasformati in rocce per aver osato fissare gli occhi affocati di Medusa, aver visto Artemide fare il bagno o spiato Dioniso durante un incontro amoroso, o per essersi vantati imprudentemente dei propri figli.

In altri casi i pietrificati diventano montagne, come i troll norvegesi che si lasciano sorprendere dai raggi del sole, o le cime del Latemar, ex bambole sottratte in questo modo ai capricci di una bambina, o il re straniero cattivo e guerrafondaio rinchiuso nelle rocce della val di Fanes. In Sardegna la gigantessa Luxia, ricchissima ma molto avara, rifiuta l’elemosina a un povero frate e Dio muta in pietra lei e i suoi averi.

C’è infine il curioso caso delle gemelle “belle dormienti”: una sta stesa sulla pianura canavese, a Ivrea in provincia di Torino, imprigionata in un sonno profondo dall’amore del mago Nestòrh, l’altra riposa nel Sannio, nella catena del Taburno, dove si fa accarezzare dal tramonto del sole. Poi c’è il Cusna reggiano. Un gigante buono che non volle abbandonare i pascoli e le abetaie in balia dei venti tirennici e lasciò il suo corpo lassù, a difesa della Val d’Asta.

Bisogna dire a tutti questi esseri pietrificati che non sono soli. Che ci sono uomini e donne sulle montagne. Alcuni induriti dal rancore e dalla solitudine, altri assopiti in un sonno amaro che non dà riposo, altri trasportati dalla follia di un’idea o di una passione.

Nelle notti d’inverno, nelle sere d’estate, il gigante disteso in t’la nudda, le belle dormienti, i troll, le streghe e i maghi, i re cattivi e persino le bambole fanno un sogno. Sognano, perché non sono morti ancora o forse è proprio dalla morte che arrivano le loro visioni. Attorno alle pietre delle montagne distinguono una umanità nuova, che sale insieme con grandi cuori di carne.

 

Silvia Ferrara 

Simone Martinello, Come un vento dimentico
 

Il canto può prendere la voce di mille suoni, sia quella della pioggia che cade o il fruscio di un petalo mosso dal vento o quella instancabile del tempo e della poesia.
Il canto sta all’uomo come l’armonia al mondo. Senza non vi sarebbe che il vuoto, la soglia in cui s’inceppa ogni illusione, muore ogni speranza e sopravanza il caos. La poesia invece è ordine e conoscenza. È il cantodell’uomo solo per viversi in armonia. È la voce del tempo.
Quella di Simone Martinello, in particolare, riflette il senso del vivere. È ricerca in cerca dell’uomo e forse di Dio. È il mistero che si condensa in una vertigine per approdare all’ignoto. È il viaggio verso l’approdo, in cui ogni attimo è un sospiro, una carezza, una vita vissuta o mancata.
Insomma è amore. Amore che si somma a amore. Per i suoi cari, per Cheikh Sarr che ha scambiato la sua per un’altra vita, per gli umili della terra, per il curvare dei canneti in cerca dell’immenso, per il guizzo di un rondone nel cielo screziato d’azzurro. È amore per la vita, che riaffiora nel dolore come nella solitudine, ma che si condensa in un soffio qual è il respiro del canto nella sua lotta contro il tempo, per l’eternità.

 

SIMONE MARTINELLO
“Pare un professorino di quelli gracili, esili, s’arrabatta invece tra scampoli e intimi a vendere ritagli di tempo. Ciò che avanza della sua passione non è che un frinire di cicala o uno stridio di gabbiani nell’incerto sciabordio. Valica la vita alla continua ricerca della vita, ingenuo, ad ascoltare la voce di umili e poeti. Tace invece sperduto nel clamore di lussuose dimore. L’ho incontrato (per caso?) lungo la scia che segna il confine tra l’anima e il cielo di un maleodorante caffè e lo sentii subito vero, senzafronzoli, sincero. Non immaginavo fosse anche poeta. “

 

Giuseppe De Santis, Quadernetto, tre, 2000

Pier Mattia Tommasino, Senzavajolo
 


Semo i senzavajolo/ i libberi pe gnente/belli imparanojartri/invortinati a gòde/ni giochetti der chìssela./Semo i senzavajolo/volemo e nun volemo/cechi sortanto a vive/la botte che ciabbona/la morte ner frammentre.

 

La tradizione romanesca è fin troppo invadente nella più recente poesia che si rifà al dialetto di Roma. Non si può sfuggire a poeti come il grande Belli, o alla grazia ironica di Trilussa o alle vicine esperienze di Dell'Arco e Mauro Marè. Uno dei grandi meriti di Pier Mattia Tommasino è quello di aver tentato nuove strade, un tuffo nei nuovi linguaggi, con l'appropriazione di gerghi giovanili, nuove interiorità. E modi diversi di affrontare la realtà.

 

PIER MATTIA TOMMASINO

è nato nel 1977 a Roma, dove risiede. Laureato in Lettere all'Università di Pisa, attualmente scrive la sua tesi di perfezionamento presso la Scuola Normale su L'alcorano. Ha pubblicato La befana e er battiscopa (Cofine, 2006)

Emanuele Ferrari, Un posto dove guardare
 

Con dodici tavole di Eugenio Tomiolo. La storia è semplice, appena abbozzata. Profonda come la terra. Undici riquadri come undici ferite, in cerca del tempo, a raccontare le sue venature, le sue storpiature. E un prologo che fa da sé la misura dell'essere. Il secolo appena passato ha visto gli uomini sfamarsi in branchi di lupi, relegare l'eccidio a un fatto di cronaca, il genocidio farsi meticoloso. Ma gli uomini e soprattutto le donne continuano a raccontarsi, in una carezza d'amore, al lume di una candela, col vento che soffia la sua speranza e la sua disperazione.

 

EMANUELE FERRARI

insegnante e scrittore. Vive da sempre a Casina. Ha pubblicato racconti su antologie e riviste. Tra le altre cose amministra anche un teatro e per il teatro scrive, cura adattamenti, collabora con musicisti e compositori, ma soprattutto cerca di mettere in contatto molti artisti, alcuni che già lo sono e altri che lo diventeranno. Con Abao Aqu ha pubblicato nel 2008 Un posto dove guardare, una narrazione teatrale a più voci, ispirata ai temi della Resistenza e della prigionia degli Internati Militari Italiani. Dal 2001 collabora stabilmente con il fotografo di paesaggio James Bragazzi. Tra i loro ultimi lavori Invisibile dentro, presentato alla Settimana della Fotografia Europea di Reggio Emilia, e CASINA. Bellezza, vita, gente.

 

In copertina: Eugenio Tomiolo, Perché si aspettarono inutilmente quella sera -  Ferrarese 1944

 

Enrico Campofreda, Diario di una primavera incompiuta

 

Se le vicende che si susseguono nell’odierno Egitto fossero la trama di un romanzo trarrebbero energie da ideali, risvolti drammatici, intrecci e intrighi che sembrano scaturire dalla mente arguta di un grande narratore.
Invece a scrivere questa storia, una storia vera, a vestire i panni dell’autore del proprio destino è un popolo antico e fiero che ora lotta per riconquistare libertà e dignità.

Lo sta facendo dal 25 gennaio 2011 sull’onda del risveglio di altre genti nordafricane stanche di subire i soprusi di moderni tiranni camuffati da padri della Patria.
Nel popoloso Egitto la protesta pur martoriata dal sangue della repressione non si spegne. La popolazione si è riappropriata del voto, di organismi istituzionali ma vede tuttora incompiuta la cosiddetta rivoluzione che una parte del Paese non vuole.

Dato per spacciato da poteri tuttora fortissimi, dallo strisciante opportunismo politico, da un certo fatalismo culturale il desiderio di cambiamento continua a risbocciare. Il tempo fin qui trascorso dice che non sarà facile estirparlo.

“Campofreda, che nel chiamare “diario” il suo lavoro finisce per farsi un torto, ha invece lavorato molto proprio su questo tema. Si è cioè sforzato, oltre la pura cronaca appunto diaristica, di forni- re al lettore una chiave di lettura. Chiave di lettura che passa inevitabilmente da capitali vicine a lontane dal Cairo: Washington naturalmente, Israele per forza di cose, i Paesi europei e natural- mente gli attori abilmente dissimulati che vivono nel Golfo e i cui formidabili mezzi, a cominciare da Al-Jazeera, hanno pilotato, se non la primavera, l'interpretazione che ne è stata data. È accadu- to poi in Libia, accade in queste ore in Siria. Se sfugge questo nesso, se le “primavere” incompiute vengono lette come un puro fatto nazionale, il senso più vasto di quanto accaduto e accadrà – e che sarà oggetto delle riflessioni degli storici – rischierebbe di sfuggirci, relegato nell'apparato degli effetti collaterali quando, in molti casi, la presenza esterna è stata motore, vuoi del cambia- mento, vuoi della reazione. Una preoccupazione – il disvelamento del quadro internazionale – che mi sembra una delle chiavi di lettura – e dei pregi fondamentali – del lavoro di Campofreda.”

Dalla prefazione di Emanuele Giordana

 

Enrico Campofreda è originario di Portocannone (CB) e si forma in quella particolare “Accademia” che è stata la periferia romana dove ha giocato, studiato, amato e lavorato sin da ragazzo. Dopo la laurea in Lettere Moderne presso l’Università “La Sapienza”, si specializza su competenze linguistiche e letterarie per editoria, giornalismo, comunicazione. È iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio dal 1988.

Ha narrato da Roma e Milano - dove è vissuto - storie di sport e di sportivi seguendo numerose specialità in Italia e all’estero per quotidiani (Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto) e riviste specializzate.

Negli ultimi anni tratta temi di politica estera e so- ciale. Ha lavorato col quotidiano Terra, collabora con alcuni quotidiani online.
Ha pubblicato i romanzi, L'urlo e il sorriso, Di Salvo, Napoli, 2007; Hépou moi, ABao AQu, 2010. 

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